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GERARD PETREMAND
Topiques
1997-2001 Dream-City 2002-2003
dal 3 aprile al 13 maggio 2005
BIOGRAFIA_CV
Topiques
Le fotografie riunite da
Gérard Pétremand sotto il titolo «Topiques» sono una rappresentazione
essenzialmente paradossale del territorio urbano. La realtà della città vi
si trova trasformata da una strana esperienza di sguardo, catturata in
immagini dove le nozioni di scala, distanza, successione di piani sono
completamente stravolte. Lo sguardo che cerca di fissarsi su di un oggetto
è subito deviato verso un altro, poi come frazionato verso tutti i punti
della fotografia; la città acquista una nuova sostanza, colori e forme
puri. L’andare e tornare costante e disordinato del nostro sguardo da un
livello all’altro, dal reale rappresentato alla superficie propriamente
formale dell’immagine fotografica, stabilisce una dinamica di
trasformazione – e noi siamo subito trasportati in uno spazio virtuale.
Da diversi anni Gérard
Pétremand conduce alcune ricerche visive sul paesaggio urbano, queste sono
concentrate da due anni sulla periferia delle città europee o americane,
nel corso dei suoi viaggi. Dal sud della Francia a Saraievo, passando per
la Finlandia, la Svizzera e la Silicon Valley, sono sempre le stesse
bretelle d’accesso stradale, gli stessi capannoni, gli stessi binari, gli
stessi palazzi, gli stessi cantieri che smaltano »le sue immagini di
costruzioni colorate. A differenza di molti lavori di taglio
documentaristico, il vero centro di gravità delle immagini di Gérard
Pétremand é puramente fotografico e risiede nel lavoro sulla profondità di
campo, che crea zone sfocate e zone nitide nell’immagine,
indipendentemente da una scala lineare delle distanze; ogni piano può
essere sia sfocato che nitido, lo sguardo è letteralmente accompagnato
nello spazio dell’immagine secondo un percorso sinuoso e aleatorio, senza
alcun rapporto con un percorso fisico possibile nello spazio rappresentato;
da qui quest’impressione molto strana che si prova immancabilmente di
avere a che fare con dei modellini. Il paesaggio familiare diventa, una
volta fotografato, completamente virtuale. Come se lo spazio continuo e
costruito del mondo così come noi lo conosciamo e lo proviamo si
frazionasse in livelli o in zone di natura essenzialmente diverse, ma
contigue e collegate. Come se l’immagine fotografica attualizzasse degli
spazi virtuali, rivelasse una geografia potenziale nello spazio familiare.
Questo lavoro di rivelazione è
senza dubbio il lavoro stesso della fotografia, che fa succedere delle
immagini in un movimento di cattura e di restituzione che rivela sempre
dell’astrazione. La scommessa di G.P. con la ricerca di «Topiques» è
quella di raggiungere una moltitudine di percezioni molto contemporanee
della città, legate essenzialmente alla nozione di movimento. Il paradosso
risiede qui nell’impressione che i luoghi fotografici siano dei modellini,
degli oggetti fissi, incollati, dei puri artefatti, dunque il contrario
stesso di uno spazio di vita dove i corpi si spostano- ma nello stesso
tempo questi spazi virtualizzati obbligano ad un incessante movimento
dello sguardo, metafora di una circolazione a tutti azimuts. La cintura
delle città d’oggi è bene o male questo luogo di transito, di passaggio,
di movimenti incessanti, e le fotografie di P. ne fanno semplicemente
stato, senza alcuna pesantezza discorsiva o critica. Ma questo movimento
della vita urbana è anche diventato quello del nostro sguardo, formattato
dal video, in perpetuo rinnovamento, scansionando per così dire l’ambiente
per decifrarvi i segni di riconoscimento. Con le immagini di G.P. il
movimento dello sguardo non è bloccato o analizzato, è deviato e portato
verso i limiti sempre fuggevoli tra il mondo e la sua immagine. Questa
fusione di diversi approcci simultanei del territorio suburbano non ha
nulla di sofisticato nelle immagini di «Topiques». Non richiede nessun
trucco o ritocco a posteriori, nessun intervento di tecnologie
dell’immagine virtuale – ed è in questa semplice operazione fotografica
che risiede la potenza d’attrazione e la ricchezza delle immagine di G.P.
Non si cerca con questo tramite la fotografia di imitare gli effetti
dell’immagine virtuale ma di integrare alla pratica puramente fotografica
uno sguardo rinnovato, dinamico e totalmente contemporaneo sul nostro
ambiente. Le immagini di “Topiques” si tengono a distanza dalla fotografia
documentaristica e dalla fotografia formale, ed è precisamente perché
inglobano più generi e si reclamano di più appartenenze che si rivelano
realmente di un’arte contemporanea.
.
Lysianne
Léchot Hirt
Dream City
Nel suo
precedente lavoro -Topiques - , Gérard Pétremand ci mostrava le periferie
urbane del nostro quotidiano come fossero modellini. Questa volta
ci trascina nei dedali di città immaginarie che ha svelato o scoperto
nell’assemblaggio fortuito di materiali diversi incontrati sui cantieri,
depositi, luoghi di transito, dove non si sa se sono in procinto di
nascere o di sparire.
Giocando con la scala di
percezione degli oggetti e dei luoghi ci dà l’illusione di scorgere delle
intere metropoli che si dispiegano su qualche metro quadrato.
La ripartizione non
convenzionale degli sfocati e dei nitidi, indipendentemente dai piani,
rafforza l’illusione di città reali e conferisce allo spettatore l’impressione
di esserne parte, che si tratti di luoghi della memoria o di città
sognate…
L’universo del sogno è
rafforzato dalla scelta di una cromia selettiva dove le dominanti del
bianco e del verde sono emblematiche di un duello tra costruito e natura.
Ancora una volta Gérard
Pétremand s’interroga sulla veridicità delle nostre percezioni e le
possibilità di ritrascriverle tramite un lavoro fotografico.
Pascale Lorenz
^
Topiques
Les photographies rassemblées
par Gérard Pétremand sous le titre «Topiques» sont une représentation
essentiellement paradoxale du territoire urbain. La réalité des villes s’y
trouve transformée par une étrange expérience du regard, happée dans des
images où les notions d’échelle, de distance, de succession des plans sont
complètement bouleversées. Le regard qui cherche à se fixer sur un objet
est immédiatement dévié vers un autre, puis comme diffracté vers tous les
points de la photographie; la ville acquiert une nouvelle substance, de
pures couleurs et formes. L’aller-retour constant et assez désordonné que
notre regard effectue d’un niveau à l’autre, du réel représenté à la
surface proprement formelle de l’image photographique, établit une
dynamique de transformation - et nous sommes soudain transportés dans un
espace virtuel.
Gérard Pétremand mène depuis
plusieurs années des recherches visuelles sur le paysage urbain, concentré
depuis deux ans sur la périphérie des villes européennes ou américaines,
au gré de ses voyages. Du sud de la France à Sarajevo, en passant par la
Finlande, la Suisse et la Silicon Valley, ce sont toujours les mêmes
bretelles d’accès routier, les mêmes hangars, les mêmes rails, les mêmes
immeubles, les mêmes chantiers qui émaillent ses images de leurs
constructions colorées. A la différence de nombreux travaux à visée
documentaire, le véritable centre de gravité des images de Gérard
Pétremand est proprement photographique; il réside dans le travail sur la
profondeur de champ, qui installe des zones floues et des zones nettes
dans l’image, indépendamment d’une échelle linéaire des distances; chaque
plan peut être à la fois flou et net, le regard est littéralement promené
dans l’espace de l’image selon un parcours sinueux et aléatoire, sans
aucun rapport avec un parcours physique possible dans l’espace représenté;
d’où cette impression très étrange d’avoir affaire à des maquettes que
nous éprouvons immanquablement. Le paysage familier devient, une fois
photographié, complètement virtuel. Comme si l’espace continu et construit
du monde tel que nous le connaissons et l’éprouvons se fractionnait en
niveaux ou en zones de nature essentiellement différentes, mais contiguës
et entrelacées. Comme si l’image photographique actualisait des espaces
virtuels, révélait une géographie potentielle dans l’espace familier.
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Ce travail de révélation est
sans doute le travail même de la photographie, qui fait advenir des images
dans un mouvement de capture et de restitution qui relève toujours de
l’abstraction. Gérard Pétremand tient avec «Topiques» le pari de joindre
une multitude de perceptions très contemporaines de la ville, liée
essentiellement à la notion de mouvement. Le paradoxe réside ici dans
l’impression que les lieux photographiés sont des maquettes, des objets
fixés, collés, de purs artefacts, bref le contraire même d’un espace de
vie où les corps se déplacent - mais qu’en même temps ces espaces
virtualisés obligent à un incessant mouvement du regard, métaphore d’une
circulation tous azimuts. La ceinture des villes d’aujourd’hui est bel et
bien ce lieu de transit, de passage, de mouvements incessants, et les
photographies de Pétremand en font état simplement, sans aucune pesanteur
discursive ou critique. Mais ce mouvement de la vie urbaine est aussi
devenu celui de notre regard, formatté par la vidéo, en balayage
perpétuel, scannant pour ainsi dire l’environnement pour y décrypter les
signes de reconnaissance. Avec les images de Gérard Pétremand, le
mouvement du regard n’est pas arrêté ou analysé, il est dévié et emporté
vers les limites toujours fuyantes entre le monde et son image. Cette
fusion de plusieurs approches simultanées du territoire suburbain n’a rien
de sophistiqué dans les images de «Topiques». Elle ne demande aucun
trucage, aucune retouche a posteriori, aucune intervention des
technologies de l’image virtuelle - et c’est dans cette simple opération
photographique que résident la puissance d’attraction et la richesse des
images de Gérard Pétremand. Il n’y est pas question d’imiter par la
photographie les effets de l’imagerie virtuelle, mais d’intégrer à la
pratique proprement et purement photographique un regard renouvelé,
dynamique et totalement contemporain sur notre environnement. Les images
de «Topiques» se tiennent à distance de la photographie documentaire et de
la photographie formelle, et c’est précisément parce qu’elles englobent
plusieurs genres et se réclament de plusieurs appartenances qu’elles
relèvent véritablement d’un art d’aujourd’hui.
Lysianne Léchot Hirt
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Dream City
Dans son précédent travail
-Topiques - , Gérard Pétremand nous faisait voir les périphéries urbaines
de notre quotidien comme s’il s’agissait de maquettes. Cette fois-ci, il
nous entraîne dans les dédales de villes imaginaires qu’il a décelé dans
l’assemblage fortuit de matériaux divers rencontrés sur des chantiers, des
dépôts, des lieux transitoires, dont on ne sait s’ils sont en train de
naître ou de disparaître.
Jouant avec l’échelle de
perception des objets et des lieux, il nous donne l’illusion d’entrevoir
des métropoles entières qui s’étaleraient sur quelques mètres carrés.
La répartition non
conventionnelle des flous et des nets, indépendamment des plans, renforce
l’illusion de villes réelles et confère au spectateur le sentiment d’en
être familier, qu’il s’agisse de lieux de la mémoire ou de villes rêvées…
L’univers de rêve est renforcé
par le choix d’une chromie sélective où les dominantes de blanc et de vert
sont emblématiques d’un duel entre construit et nature.
Un travail de plus où Gérard
Pétremand s’interroge sur la véracité de nos perceptions et les
possibilités de les retranscrire par un travail photographique.
Pascale Lorenz
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