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NUNZIO BATTAGLIA
IN_TRANSITIVA_01
23 settembre 2002
-10 novembre 2002
Per l'occasione
é stato stampato un catalogo dell'esposizione diviso in
tre folder vedi immagini qui a fianco.
Oltre alla
presentazione di Nunzio Battaglia sono stati inseriti
testi di Paolo Barbaro, Gigliola Foschi, Diego Mormorio,
Nicola Marzot
CHF 20.- serie di tre Folder
Paolo
Barbaro
Nella fotografia di
Nunzio Battaglia è possibile trovare diverse tensioni,
differenti storie che si intrecciano. Le sue fotografie,
prese singolarmente, in una ricerca su luoghi e spazi che
da una decina d'anni indica una precisa autorialità,
mostrano infatti una sostanziale fede nella -veduta-,
nella singola immagine prospettica capace di descrivere e
narrare un paesaggio complesso all'esterno e,
parallelamente, il paesaggio della cultura di chi quel
paesaggio intende abitare e narrare.
E' una modalità che ha una storia abbastanza definita,
quella della nuova fotografia di paesaggio che in Italia
si condensa attorno al lavoro di Luigi Ghirri dagli anni
Ottanta, a quello di Chiaramonte, Barbieri, Cresci,
Basilico, Jodice, Castella, Ventura ed altri; storia
parallela a quella contemporanea degli statunitensi Meyerowitz, Egglestone, Shore. Le singole fotografiedi
Battaglia hanno una stesura che rimanda proprio a quella
storia: il medio formato di ripresa e il colore
luminosamente acquerellato, il dettaglio accanito che a
tratti impone quasi un eccesso di realtà e a tratti si
ritira nelle rese abbagliate della luce.
La sua fotografia, però, intesa come scrittura e pratica
di una produzione che si disloca nel tempo, procede per
serie, sequenze intrecciate profondamente, sistemi di
relazione tra le immagini che prendono i tratti di una
babelica biblioteca il cui orientamento è oltretutto
mutevole, viene continuamente rigiocato nel corso degli
anni. Così delle belle inquadrature troviamo spesso
giustificazione in un -fuori campo-, fatto di altre
fotografie o di testi letterari, o di mitologie
suggerite. A volte il gioco sembra quello di un desiderio
analitico al cui fondo si trova l'improponibilità di
ogni sintesi unitaria, una volonta di strutturare il
proprio pensiero a ridosso di un luogo che va a parare
nella distruzione della presupposta vocazione cartesiana
della fotografia. Anche questo ha una sua storia;
ricordiamo una delle verifiche di Mulas in cui nel
continuo ingrandimento, dal blow up di una veduta urbana
troviamo solo l' insegna di un fotografo (nellafotografia
non troviamo verità che non sia nel suo linguaggio)
oppure gli stravolti réportages di Duane Michals, gli
assemblaggi di David Hockney, in apparenza il referente
più prossimo alle composizioni In-transitive di Nunzio
Battaglia.
Possiamo allora leggere queste composizioni di
fotografie, o scomposizioni di vedute (o, come detto da
Vittorio Savi, possibili identificazioni e dis-identificazioni
per il lavoro di Battaglia sulle architetture) alla luce
della pop art inglese di oltre trent'anni fa, e in
particolare del suo versante più attento alle
implicazioni linguistiche, concettuali o, per restare in
una zona a noi più prossima, al lavoro fondante di Luigi Ghirri negli anni Settanta del secolo scorso, e di questo
troviamo tante tracce, tanti sottili omaggi. Ovviamente i
luoghi, l' Alpe di Siusi oggetto di una celebre veduta ghirriana che qui viene raccontata come in controcampo,
condensando sul luogo una serie di quadri analitici che
ne dilatano i tempi di percezione, traducono in gioco
combinatorio uno sguardo fortemente affezionato; poi gli
orizzonti, le sequenze che articolano una bellezza del
paesaggio tra cielo e luce in mondi possibili (a nessuno
dei quali si vorrebbe rinunciare a favore di una bella
veduta) dalle sottili variazioni di tono in una griglia
ortogonale che ricorda la serie di Infinito, sempre di Ghirri.
Ma le seriazioni e le
panoramiche esplose di Battaglia dispiegano sequenze
radicalmente diverse da quelle della linea concettuale.
Non sono infatti narrative, in termini cinematografici
(più che alle piccole storie sul linguaggio di Dibbets o
Michals sembrano vicine agli insistiti piani-sequenza di Starub-Huillet) e nemmeno ieraticamente esplicative come
in John Pfahl o Silvio Wolf, inseguono invece una
dilatazione della ricerca sulla bellezza, individuata non
tanto nell'unicità rivelata del momento e del luogo (che
insiste, comunque, in ogni punto di queste storie) quanto
nella felice complessità del vedere e del far vedere.
Si tratta comunque di un fare vedere fondato su un certo straniamento, non tanto dell? oggetto, del paesaggio -per
il quale vi è anzi un quasi sacrale rispetto- quanto
delle abituali condizioni di percezione della sua
scrittura, anche all'interno della stessa operazione. Non
solo viene evitata la fotografia come quadro da parete ma
anche il montaggio esplode in direzioni diverse, volta
per volta, o esce dalla bidimensionalità come in opere costruttiviste, o prende l'aspetto della cassa retroilluminata. Forse dietro a questo continuo mutare
delle forme della visione (sempre comunque fedele a un'
idea di paesaggio) non vi è tanto un accumulo delle
possibili scritture, delle possibili soluzioni
descrittive ed espositive, quanto uno sviare da ogni
sedimentazione delle abitudini, un lavoro -a togliere-
che dovrebbe lasciare, in fondo, una ultima curiosità
sulla bellezza del mondo.
Luglio
2002
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Folder I

Folder II

Folder III
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Gigliola
Foschi
Nunzio Battaglia
Irlanda
Irlanda. Arcobaleni
simili allarco di un dio, lasciato cadere per
trascuratezza al confine tra la terra e il mare;
promontori di sabbia, rocce ed erbe, infestati dai
fantasmi; montagne coronate da tumuli dove vaste nubi
celano la presenza della Signora Bianca, la regina Medb
che elargisce lacqua; alberi tra le cui fronde le
voci si dissolvono nel crepuscolo; e poi paludi di torba,
strade, pendii, dirupi, scogliere popolate di folletti,
di donne senza testa, uomini con la corazza, lepri-ombra,
cani da caccia con la lingua di fuoco, foche
fischianti
"Poggia
lorecchio alla collina. / Non senti il flebile
ticchettio, / Gli indaffarati colpi del martello di un
elfo, / La stridula voce del leprecano che canta / Tutto
contento mentre lavora? " recita unantica
ballata irlandese.
Cosa raccontano le
nuvole basse e iridescenti che corrono veloci sulle Cliffs of Moher? E le colline ricoperte dun erba
verde, rasata come il tappeto dun tavolo da gioco?
E i sambuchi, i susini selvatici, i faggi, gli olmi, i
cespugli di fucsie che scendono fino al mare? "Per
il contadino saggio le colline verdi e i boschi intorno a
lui son pieni di un mistero che non svanisce mai"
racconta il poeta W. B. Yeats.
"Poggia
lorecchio alla collina
" suggeriva la
ballata. Ma locchio, invece, dove e come deve
guardare per non rimanere intrappolato solo
nellincanto superficiale del bel panorama? Facile
infatti sarebbe lasciarsi sedurre dalle scenografiche
scogliere dellIrlanda occidentale, dove nubi di
gabbiani vorticano in danze frenetiche, o dai prati
smeraldini che ricoprono morbide colline. Eppure la
tentazione del pittoresco è proprio quella che va
evitata, se non si vuole ridurre la natura a piatta
immagine di consumo.
"La passione
celtica per la Natura sorge dal senso del suo
mistero piuttosto che dalla sua
bellezza" ribadisce Yeats con tenacia.
Ma noi del "Bel Paese" spesso ignoriamo tale
mistero: nei tramonti vediamo solo luci rosate e non
immaginiamo schiere di morti incamminarsi dietro il sole.
E la fotografia poi,
figlia del secolo della tecnica e della razionalità,
come può cogliere ciò che va oltre il visibile, ciò
che non è solo spenta e seducente bellezza? Forse può,
come ha fatto Nunzio Battaglia, iniziare col rinunciare
alla "bella veduta", alle riprese con la luce
"giusta", alle inquadrature che evidenziano
scenografie e meraviglie naturali a un punto tale da
trasformarle in fondali di uno spot pubblicitario.
Nonostante Battaglia
fotografi anche le scogliere più celebri dellisola
come le Cliffs of Moher - ci si accorge che,
anziché puntare lobiettivo verso il bello, egli
preferisce fare un piccolo passo indietro: sembra
ritrarsi verso una visione più instabile, delicata, che
rivela come per lui la bellezza del paesaggio non
consista nella veduta mozzafiato cara ai depliant
turistici, ma nella misteriosa Presenza della Natura. Una
Presenza potente e sommessa, che emerge grazie a uno
sguardo capace di ascoltarne i fremiti, di seguire le
nuvole lanose accarezzate dal vento, attendere la discesa
del sole, laffievolirsi di un arcobaleno in
lontananza.
Costruite in sequenze
che sintrecciano e si ramificano, le sue immagini
rivelano il farsi dellesperienza, dilatano i tempi
della percezione, ma soprattutto mimano e assorbono il
ritmo latente e mutevole del paesaggio irlandese.
Lontano da tentazioni
concettuali, Nunzio Battaglia moltiplica le immagini non
per destrutturare le certezze della visione, ma per
sfuggire alle facili illusioni ottiche del troppo bello,
e far emergere invece unaltra bellezza, fatta di
forza e incantamento, aura e mistero.
"Le parole sono
sempre ostaggi; appena concesse al mondo profano, subito
questo ne fa reti, gabbie. Come preservare il significato
dalla fatale sorte dogni significante?" si
chiede Elémire Zolla, che suggerisce: "Consiglio di
cambiare costantemente la parola. (
) In guardia
dallipnosi dei termini, delle formule. Variamoli
viceversa, senza indugio. A vortice. I canti sciamanici
sono rosari di sinonimi, la loro moltiplicazione dei
simboli è vertiginosa."
Ecco, forse le immagini
di Nunzio Battaglia - come le parole cangianti suggerite
da Zolla - si frantumano e si moltiplicano, simili ai
sinonimi degli sciamani. In questo modo sfuggono alla
gabbia delle definizioni univoche. E delicatamente,
intensamente si sporgono al di là del dominio delle mere
parvenze, delle belle forme.
Milano, 4 agosto 2002
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Nicola
Marzot
Cultura, natura,
fotografia: alcuni paesaggi della sedimentazione.
Il paesaggio
artificiale è il luogo dove la presenza delluomo
si fa scrittura operante, attraverso un sistematico
lavoro di antropizzazione dellambiente naturale.
Per effetto di tale trasformazione il paesaggio si offre
così allo sguardo come denso palinsesto, emblematico
deposito di memorie stratificate, inconsapevole
archeologia di tracce, icasticamente allusive alla forze
assenti che lhanno progressivamente conformato nel
tempo. Il paesaggio, pertanto, si fa testo capace di
trasmettere, attraverso cancellature, correzioni ed
integrazioni successive, la storia del suo farsi
perpetuo, che risulta ad un tempo individuale nella sua
irripetibilità di esecuzione e collettiva nella
necessaria condivisibilità di principi e regole adottate
nel disegno del suolo. La superficie della terra, nelle
sue leggere increspature così come nei suoi più
energici scavi, si offre pertanto quale materiale a cui
attinge ogni attenta antropologia per ritrovare le
ragioni dellevoluzione di un linguaggio della
trasformazione.
Rispetto a tale
condizione, il paesaggio naturale, nella sua connotante
morfologia, ovvero nella sua evidenza superficiale, e
nelle sua profonda stratificazione verticale, egualmente
rivelata da ricorrenti fenomeni tettonici ed erosivi, si
pone come simmetrica metafora di una serrata dialettica
tra la materia viva, ovvero il dato naturale di cui il
paesaggio vergine è costituito, e lazione,
talvolta ciclica e prolungata, talaltra improvvisa e
drammatica nel suo manifestarsi, dei grandi eventi
atmosferici- venti, esondazioni, mareggiate, alluvioni,
terremoti etc.- che ne hanno definito irreversibilmente
lapparenza. La plasticità del paesaggio naturale,
nelle porosità più minute così come nelle sue più
profonde incisioni, si offre analogamente quale materiale
prezioso a cui si rivolge la geologia per riscoprire il
linguaggio dellevoluzione della terra.
In tal senso, azione
delluomo e della natura sono assimilabili in quanto
modalità trasformative/espressive che agiscono sul
supporto, mai neutrale, del paesaggio naturale,
traducendolo in matrice ideale il cui calco, sovvertendo
qualsiasi attesa di buona pratica artistica, è
costituito da quelle stesse azioni/operazioni che
lhanno generato. Il paesaggio si traduce pertanto
nel grado zero della scrittura- naturale e/o artificiale-
che lha conformato, utilizzando il vuoto, traccia
di un assenza, e non il pieno, come sublime
materiale.
Nellopera di
Nunzio Battaglia sembrano coesistere entrambe le
prospettive, o, se preferiamo, i ruoli, sia nella scelta
dei temi, che nelle modalità attraverso le quali il suo
sguardo si posa sulle cose per indagarle. Se pertanto il
paesaggio, indistintamente naturale e/o artificiale, si
offre allosservazione attenta come allegoria della
sedimentazione di forze/azioni- che sono anche
pensieri/progetti- che ne hanno plasmato la forma nel
tempo, il processo attraverso il quale gli uni e le altre
sono registrati nel corpo vivo della materia terrena
trova una efficace declinazione attraverso la stessa tékhne fotografica, immediatamente sublimata in póiesis.
Così la pellicola,
trasfigurata attraverso lartificio artistico,
acquista il denso spessore della materia/paesaggio
naturale, capace di registrare le
impressioni/tracce/impronte che la luce/azione esercita
sulla sua superficie con intensità/pressione variabile a
seconda della qualità delloggetto riflettente e
del tempo di esposizione al perdurare dellazione
stessa, restituendoci in chiave espressiva il senso più
puro del processo di conformazione del referente. I
diversi modi attraverso i quali si rivela lo sguardo di
Battaglia alludono pertanto metaforicamente a quello
stesso tempo della sedimentazione impresso nei paesaggi
della memoria a cui ci si riferiva in apertura.
Ognuno dei percorsi
delineati può essere pertanto assunto come
interrogazione sulle possibilità del linguaggio
fotografico, inteso come calco/traduzione di quello più
direttamente utilizzato nella costruzione del paesaggio.
Così la serie dei campi/sguardi fissi sui luoghi di
montagna restituisce una osservazione di carattere
contemplativo, ovvero allude alla pura disponibilità del
supporto fotografico/naturale a registrare tutte le
sollecitazioni esercitate da una immota esposizione
allazione continua ed implacabile della
luce/fenomeno naturale che tutto permea di sé,
amplificandone il carattere espressivo.
Allo stesso modo la
serie dedicata ai paesaggi della costa irlandese sembra
porre sullo stesso livello la prolungata esposizione
allazione erosiva esercitata dai flutti marini che
si infrangono sullincerto profilo della linea di
terra - che ne costituisce di fatto la traccia
complementare - plasmandone il carattere formale, e
lesposizione in quasi-sequenza ad una luce quasi-intermittente, filtrata dalle nubi in movimento che
attraversano il cielo, sublimata dallo svolgersi
dellenergia coloristica dellarcobaleno ed
evocata dal lento tramontare del sole nel simmetrico
dispiegare unenergia/azione protratta nel tempo.
Similmente i collages
attraverso i quali vengono giustapposte in progressione
immagini del paesaggio dolomitico rifuggono
lobiettività dello sguardo, distaccato rispetto al
proprio referente, ed introducono dinamicamente la
presenza dellosservatore nella sua raffigurazione.
Lesito delloperazione guidata dallo
sguardo/azione si traduce pertanto nella sua
traccia/montaggio, ovvero nella memoria di un fare,
prolungata nel tempo della percezione/trasformazione, in
cui soggetto ed oggetto interagiscono dialetticamente,
nella fenomenologia della visione e similmente nel
sistema discreto, quasi-lineare, della restituzione
fotografica.
Così il piacere
offerto dalla percezione di paesaggi incontaminati si
accompagna ad un intensa riflessione sul linguaggio della
fotografia, in cui artificio, natura e mondo della
rappresentazione coesistono allinterno di un unico
ideale paesaggio della sedimentazione.
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Diego Mormorio
Nel cerchio di molti
amori, quello per la montagna è per me un punto
imprescindibile, lattrazione più grande e
insostituibile, tanto da poter dire: la montagna è la
mia vera patria, sapendo bene che, sulle labbra di un
uomo nato a pochi chilometri dal mare caraibico e
cresciuto su quello quellestremità occidentale
della Sicilia, ciò potrà sembrare strano.
Inevitabilmente,
dunque, cerco di trasmettere questamore ad altri,
qualche volta riuscendoci. È successo così con Nunzio
Battaglia, che insieme a sua moglie Antonella, due estati
fa venne a trovarmi in un posto fuori mano e soprattutto
fuori dalle mode, sopra Bressanone, doveravamo con
mia moglie ospiti di una famiglia di contadini.
Ora, guardando le
fotografie che Nunzio ha fatto sullAlpe di Siusi,
sono doppiamente felice che egli abbia preso la via delle
montagne, raccogliendo il respiro di uno dei luoghi più
belli del nostro pianeta.
A giudicare da queste
immagini, credo che, anche senza di me, Nunzio avrebbe
prima o poi guardato le Alpi con la luce del cuore. Egli
ha, ritengo, una naturale inclinazione per questi spazi,
oltre che una naturale predisposizione a fotografarli
alla prima luce del giorno. Un segno, questo,
fondamentale perché la montagna ama la gente che
salza presto e che cammina cammina cammina: in
silenzio, da sola, o in piccolissima compagnia.
Ma come succede sempre
con gli amici, una virtù o un difetto non viaggiano mai
da soli. Così insieme allamore per la montagna,
credo di aver comunicato a Nunzio anche il mio interesse
per le cartoline paesaggistiche che in qualche
modo ha anche a che fare con le cime. La sua idea di
riprodurre le immagini su un foglio che si apre a
fisarmonica è cominciata a farsi strada una domenica,
alle sei del mattino, nel grande mercato romano di Porta Portese di fronte ad una bella serie di cartoline
dellinizio del Novecento.
Casualmente, oggi è
domenica e io sono appena tornato da Porta Portese. Fra
pochi giorni andrò a guardare lAlpe di Siusi nella
luce della stesa ora in cui lha fotografata Nunzio.
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