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Aggirandoci tra le immagini selezionate per questa mostra veniamo
immediatamente fagocitati in mondi – diversi per latitudine e immaginario
– che si attraggono e respingono come i poli di instabili calamite. I
luoghi non si aprono al nostro sguardo, ma lo trapassano con la crudezza
del loro abbandono, con l’anonimato delle tracce e dei gesti, con la
rassegnazione dei volti.
Ogni foto,
e, ancor più, ogni binomio fotografico realizzato da Fadhil porta con sé
una nota di stridore che ci rende lentamente consapevoli dei contrasti
profondi, ma non necessariamente immediati, che regnano tra le realtà
osservate. Lo sguardo dell’artista si posa sui soggetti con una lucidità
tagliente, rispettando un’eleganza compositiva rigorosa, quasi severa.
Fadhil
fotografa e ritocca per capire, per seguire i giochi di forza che si
innescano sotto i suoi occhi. È così che reinventa una geopolitica del
vivere e dell’abitare: il suo occhio coglie, spesso dall’alto, lo
svolgersi di un modello socio-politico che, senza provare vergogna,
attraversa i continenti, interessa indistintamente centri urbani e
periferie, superfici incustodite e hall affollate.
Gli
individui vengono ad occupare dei luoghi che si contorcono come se fossero
in presenza di intrusi, di ospiti indesiderati, di persone non grate.
Corpi sempre estranei, dislocati in mondi a cui non appartengono, dove la
scommessa è quella della convivenza, ma la convivenza in un territorio in
cui vengono a mancare le zone franche, in cui ogni apparizione è un
rischio; è, di fatto, in gioco la coabitazione con i fantasmi delle
istituzioni, oltre che con i propri simili. Questo riguardo per delle
esistenze buttate come detriti in non-luoghi scevri da qualsiasi spirito
di accoglienza permette sia a Fadhil autore, sia a noi spettatori di
cogliere dettagli in grado di sconvolgere la percezione dello spazio
sociale, umano, politico.
Se
parliamo di “visitors” noi, sorretti da una diffusa memoria
cinematografica, pensiamo alla presenza più che minacciosa di spiriti
alieni dalle dubbie intenzioni: extracorpi, per l’appunto. Ma è quello
stesso termine ad accoglierci alla dogana di tutti gli aeroporti
statunitensi: sotto l’egida di “visitors” si raccolgono in file
interminabili tutti gli stranieri in arrivo, accomunati dalla loro
presenza aliena, finalizzata a invadere, seppur temporaneamente, il suolo
nordamericano. È su questi gap culturali, su queste ferite alle diverse
sensibilità che l’artista guarda con crescente inquietudine.
Quello di Fadhil è uno sguardo errante
che si posa sull’emergenza sociale, un’emergenza che non viene affatto
vissuta quotidianamente come tale, perché presentata come provvisoria,
passeggera, eppure venata del disagio di chi sa di trovarsi in uno stato
perenne di allarme.
Settembre 2006
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