GALLERIA

CONS ARC

LABORATORIO

HOME

 




 

CHI SIAMO

ESPOSIZIONE
IN CORSO

AUTORI

ARCHIVIO
MOSTRE

CATALOGHI

INCONTRI CONFERENZE

DA COLLEZIONE

 

NEWS/PRESS

 

 





 
   

CARTIER'S

FOTOGRAMMI
FRANÇOISE E DANIEL CARTIER








11 02 2007  25 03 2007













 

 

 

  f&d cartier
R O S E S

con testi di
Martin Gasser
Michael Stauffer
Sylvie Henguely

Niglli Editions 06
132 pages,
200 illustrations ca,
21 x 27 cm,
cartonato con sovracoperta

english/deutsch/français,
ISBN 10:  3-7212-0600-2
ISBN 13: 978-3-7212-0600-5

 

CHF  58.- 
EUR  36.-
US$  46.-

 

  Françoise e Daniel Cartier  Roses
di Martin Gasser
   
 

Quello che l’inglese William Henry Fox Talbot, uno degli inventori della fotografia, descrive in questi termini in un testo del 1844, è precisamente la tecnica fotografica che sceglierà la coppia di artisti Françoise e Daniel Cartier per realizzare, più di 150 anni dopo, l’insieme Roses: le photogramme. Il principio non è cambiato d’una virgola, a parte il fatto che la carta fotosensibile non è più confezionata a mano e che è diventata un prodotto industriale (fabbricato in quantità minime). I colori che nascono oggi dopo l’esposizione ed il fissaggio non sono più toni diversi di marroni, ma delicate tonalità di rosa. I Cartier non pressano nemmeno più piante ed oggetti che “gettano sulla carta” con l’aiuto di una piastra di vetro - processo che ricorda gli erbari e la “stampa naturale” fotografica. Posano semplicemente i loro oggetti trovati sulla carta fotosensibile e lasciano agire la luce del giorno.           
Il fotogramma è dunque una fotografia realizzata senza camera. E’ una foto-grafia nel senso letterario del termine, vale a dire che la luce è iscritta o incisa nella carta fotosensibile senza essere focalizzata da una lente, rivelando così un’immagine, o una tonalità di chiaro e scuro. Questo meccanismo - la luce che provoca un annerimento- è il processo che permette alla fotografia d’esistere. Così il fotogramma è il metodo fotografico più semplice possibile. Si tratta in genere di un pezzo unico, non riproducibile. La realizzazione si basa unicamente sull’azione congiunta della luce e di un materiale fotosensibile. Ottant’anni dopo Talbot, Làszlò Moholy-Nagy, pittore costruttivista e pioniere della fotografia degli anni ’20, scriverà a proposito del fotogramma: “questo metodo autorizza la mise en forme de la lumière che, in qualità di nuovo metodo di creazione, dovrà essere usata in maniera autonoma, come il colore in pittura o il suono in musica”.


Gettando uno sguardo a distanza su più di 150 anni di storia della fotografia, constatiamo che il fotogramma fa apparizioni puntuali in periodi ben precisi. In effetti entra sempre in scena quando la fotografia, come media, si impone su di un altro metodo espressivo o quando è essa stessa soggetta ad una sorta di crisi d’identità.  La maggior parte del tempo, questi momenti segnalano delle falle nella storia della fotografia, periodi dove le influenze di altri media si manifestano; media di fronte ai quali la fotografia tenta di affermarsi difendendosi con una sorta di riflesso del tipo “ritorno alle origini”.      
Fu già così all’inizio, al momento della invenzione (o della scoperta) della fotografia a metà del XIX secolo. Un mezzo d’espressione meccanico di tipo assolutamente inedito si vedeva allora obbligato ad imporsi di fronte alla pittura e alla litografia.


Al fine di dimostrare la precisione e la fedeltà del nuovo procedimento fin nei dettagli, un buon numero di tutti i primi studi fotografici di Talbot erano fotogrammi che rivelavano gracili piante o sottili merletti. La Natura si presentava essa stessa nella sua divina perfezione, senza intervento di un artista. Niente di sbalorditivo dunque, se Talbot intitolerà il suo libro, dove descrive e illustra con esempi le sue prime esperienze fotografiche: The Pencil of Nature. La fotografia considerata come la matita della Natura.


E’ solo all’inizio della Prima Guerra mondiale che si nota un secondo grande momento per la fotografia, nel contesto dadaista e della “nuova fotografia” degli anni 1920. Menzioneremo le “schadographies” create da Christian Schad con pezzetti di carta o i celebri fotogrammi di oggetti trovati di Man Ray, che qualifica lui stesso come “compositions of objects selected with both eyes closet…”.


Il fotogramma dunque come scrittura automatica dei surrealisti. Senza dimenticare, naturalmente, la “mise en forme de la lumière” di Moholy-Nagy, una rivoluzione dell’espressionismo fotografico ad inizio secolo, allora molto criticata.


Il fotogramma farà ancora la sua notevole apparizione negli anni 1950 in un’epoca dove la fotografia cerca di sbarazzarsi dal peso della propaganda politica in un modo più generale. Percorrendo da una parte la linea degli anni 20, comincia d’altra parte a focalizzarsi sull’individualità e la soggettività. In questo contesto, si ricorderà Otto Steinert e i suoi disegni di luce espressivi, Floris M. Neusüss con i suoi fotogrammi di persone a grandezza naturale all’inizio degli anni 1960, o ancora il movimento della fotografia non figurativa dove si incontrano ugualmente i primi artisti svizzeri, tra i quali Roger Humbert, Rolf Schoeter e René Mächler, tre pionieri del fotogramma “concreto”, che si sono costruiti una reputazione internazionale.
Il fotogramma può ancora dunque essere considerato come una sorta di “fossile direttore”. La sua apparizione rinvia sempre a falle e scivoloni nella tettonica apparentemente chiaramente stratificata della storia della fotografia. Ma, ci si chiederà forse, quali sono le ragioni per le quali il fotogramma riappare più frequentemente al giorno d’oggi?


Stiamo attraversando un’epoca dove il media fotografico si smaterializza sotto i nostri occhi in numerico, scomponendosi in pixel, inch, bits, octets, mega e altri gigaoctet. Un’epoca dove le immagini si lasciano non solo manipolare a volontà (e in modo impercettibile), ma dove esse creano ugualmente nuovi universi virtuali assolutamente indipendenti dalla realtà visibile. Che importa il modo per poterla concepire, la realtà minaccia di perdersi totalmente nella virtualità mediale. Le frontiere tra il nostro mondo reale, come noi lo percepiamo, e il mondo virtuale dei media si disintegrano progressivamente.!


Di reazione a queste inquietanti evoluzioni, alle quali la fotografia si trova oggi esposta, la nostra epoca reclama per così dire un fondamentalismo fotografico: un ritorno alle tecniche di base, al foro stenopeico per esempio, la tecnica di ripresa più semplice con una camera, che conosce oggi un boom e, naturalmente, un ritorno alla luce e alla carta, come nel fotogramma.


I lavori di Françoise e Daniel Cartier evolvono sulla tela di fondo. Se da un lato sono ancorati alla storia della fotografia, tuttavia sul piano dei contenuti, e attraverso gli oggetti che invitano a rappresentarsi, gli artisti creano un campo di relazioni e di associazioni di idee interamente caratterizzate da temi della nostra vita quotidiana moderna.


Gli oggetti che utilizzano la dicono lunga: reggiseni volanti come paracaduti, vestiti della bambola Barbie stesi su di un filo come per asciugarsi, slip sistemati come puzzle, vetrine minimaliste di fazzoletti o di gioielli fantasia preziosi solo in apparenza. Bei fiori o fini tessuti come da Talbot si alternano con figurine di scheletri, radiografie o serie di riccioli di capelli. Tutti questi oggetti navigano in una luce rosa, più o meno trasparente e circondati da un’aura. Sono presentati sotto forma di tracce sulla carta, impronte quasi tangibili, che sfumano poco a poco come tante immagini persistenti che sfilano sotto palpebre socchiuse.
Non sono dunque le rappresentazioni che interessano i Cartier, ma le allusioni a dei significati al di là delle cose, l’aura del quotidiano, come la differenza tra l’essere e l’apparire, la percezione che abbiamo di noi stessi per rapporto ai modelli imposti dalla moda e dai consumi; temi quali corpo ed erotismo, involucro e trasparenza, presenza e assenza, vita e morte – visti in rosa attraverso lo sguardo ironico dei loro fotogrammi: immagini come altrettante finestre e specchi.

 

fotogrammi  su carta baritata ai sali d'argento
dimensioni variabili dal cm 40x50

prezzi su richiesta


© COPYRIGHT
PER LE FOTO
F & D CARTIER
PER IL SITO WEB CONS ARC, CHIASSO

 

 

TUTTE LE OPERE SOTTOSTANNO AI DIRITTI DI AUTORE E NON POSSONO ESSERE UTILIZZATE SE NON CON IL CONSENSO DELL'AUTORE O DELLA GALLERIA

 

   


  GALLERIA CONS ARC,  Via F.Borromini 2     6830  CHIASSO (Svizzera) ORARIO APERTURA 
LU-VE  9-12  14-18.30  SA  9-12
tel +41(0)91 6837949      galleria@consarc-ch.com                    CHIUSO DOMENICA E FESTIVI