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Testo di Valentina Carmi 2004
“Très sec”, molto secco, diceva spesso
Kurt Blum, facendo un gesto deciso con la mano, per spiegare il suo
approccio fotografico nei confronti del paesaggio industriale. E questa
estrema sintesi verbale si ritrova infatti nell’essenzialità delle sue
immagini, dove le cose, i gesti, le forme hanno una forza simbolica e
talvolta surreale. Sono proprio i reportage industriali a riassumere in
maniera più evidente la sua poetica fotografica, influenzata dall’arte
astratta e da una fotografia certamente più surrealista che non
realista. Qui infatti le colate di acciaio, gli spazi enormi e i
macchinari lo stimolano a usare bianchi e neri fortemente contrastati o
variazioni cromatiche, dove la presenza umana è rara e a volte suggerita
dal semplice passaggio di un gatto.
Ma Kurt Blum non teorizza molto: parla
poco e preferisce scattare foto. Oppure –come fa oggi nella sua grande
casa-studio in un ex fienile sul lago di Murten, vicino a Berna, dove si
trova anche il suo archivio – ama chiudersi nella camera oscura a
giocare con le forme e con la luce per sperimentare altre astrazioni. E
tornare così a conversare con i vecchi amori, come Man Ray, Moholy Nagy
o con la Subjektive Fotografie, un movimento teorizzato negli anni
cinquanta dal fotografo tedesco Otto Steinert, che rivendicava la
priorità dell’interpretazione soggettiva della realtà, contro una
rappresentazione più documentaria.
Il dialogo con l’arte e con gli artisti è
uno dei fili conduttori del lavoro e della vita di Blum, che nel corso
degli anni non solo ha ritratto alcuni dei più importanti autori del
Novecento, ma ne è stato “au milieu” (Au milieu des artistes è infatti
il titolo del suo libro che raccoglie i ritratti da Picasso a Chagall,
da Giacometti a Sam Francis), amico e interprete.
Ed è stato proprio un rapporto di questo
tipo a portarlo tante volte in Italia, a Genova. Nel 1958 fu chiamato
dall’artista Eugenio Carmi, allora art director delle acciaierie
Cornigliano e poi dell’Italsider, per un libro su Genova, Immagine di
una città, una delle prime monografie fotografiche italiane dedicate ad
una città vista dall’occhio di un solo fotografo. Ne venne fuori un
oggetto prezioso: impaginazione asciutta e foto in bianco e nero
scattate da uno straniero che girava per le vie e che, accompagnato dal
giornalista genovese Luciano Rebuffo (che scrisse i testi del volume),
ne scoprì e ne inquadrò i dettagli, gli scorci, le geometrie, le
testimonianze artistiche e storiche, le figure umane e le forme della
sua mente.
Con Carmi nacque subito un’intesa
professionale e un’amicizia, un dialogo tra due autori che della realtà
inseguono soprattutto l’astrazione. Ecco allora, a cavallo tra gli anni
cinquanta e i sessanta, i reportage sulle acciaierie, i documentari (il
film L’uomo il fuoco il ferro ebbe il primo premio al festival del
cinema di Venezia, sezione documentari), ma anche le immagini più
leggere e divertite scattate per le strade di una città che il fotografo
andava conoscendo sempre meglio. Di Genova Blum ricorda “il suo centro
storico con i vicoli nei quali le persone si affaccendavano come
formiche in cunicoli stretti”. Ma dice anche che “le serate passate con
gli artisti nelle trattorie genovesi dove si mangiava e si beveva mi
diedero un nuovo impulso vitale”. Gli artisti erano quelli che
gravitavano intorno allo storico Gruppo Cooperativo di Boccadasse
(fondata nel 1963), i cui soci erano, Eugenio Carmi, Carlo Fedeli, Kiky
Vices Vinci, Max Bill, Victor Vasarely, Arnaldo Pomodoro, Lele Luzzati,
Flavio Costantini, Lucio Fontana, Achille Perilli, lo stesso Kurt Blum e
altri.
L’aria di entusiasmo artistico e
esistenziale che si respirava nella Genova degli anni cinquanta e
sessanta non è, però, protagonista di tutti i reportage italiani di
Blum. In Sicilia andò nel 1947, inviato da una rivista illustrata
svizzera, che voleva conoscere e mostrare le distruzioni della guerra,
la vita nelle strade. “Come appassionato d’arte mi emozionò soprattutto
il Cristo nella cattedrale di Cefalù, ma la povertà fuori della chiesa
costituì per me un contrasto impressionante”. La situazione drammatica
fu scioccante, soprattutto per un giovane intellettuale svizzero vissuto
in un isolamento ovattato, ma il nuovo impatto rappresentò anche una
chance importante. “Poiché la Svizzera durante la guerra era stata molto
isolata, questo viaggio fu per me come la liberazione da una gabbia”.
Con Venezia scatta immediatamente il
senso di nostalgia: “Di Venezia e di una gita in gondola con
l’innamorata sognava ogni giovane artista durante la guerra… Nel 1948
feci il mio primo viaggio in questa città di sogno e lì fotografai
soprattutto le mie impressioni personali”.
A Milano fu per la prima volta nel ‘49,
per un reportage sulla galleria Vittorio Emanuele e sul commercio in
strada. “Dopo la guerra fioriva dappertutto il mercato nero e io tentai
di realizzare il servizio con una macchina fotografica nascosta”.
In queste e in altre città italiane tornò
anche in seguito, in periodi diversi, sia per realizzare servizi
commissionati dai periodici che per ricerche personali. Per un tipo di
reportage più legato alla comunicazione giornalistica, Blum usa un
linguaggio fotografico maggiormente narrativo, realistico, mediando tra
il racconto e l’astrazione. Per le strade, la gente e l’aspetto umano
diventano centrali, il soggetto fotografato è il vero protagonista,
mentre il fotografo si fa più piccolo, sempre con rispetto, talvolta con
ironia. Sperando non sia troppo banale e scontato, viene spontaneo
presupporre che forse negli occhi di chi racconta l’Italia di quegli
anni ci siano anche le suggestioni del cinema, dal neorealismo alla
commedia all’italiana, con i suoi vigili, le suore, le motorette e le
belle signore. Ma i linguaggi si mescolano: e allora l’immagine di un
uomo che, avvolto da un mantello nero e con una valigia poggiata a
terra, viene colto di spalle sullo sfondo del Castello Sforzesco sfocato
dalla nebbia, sembra stare in bilico tra De Sica e Man Ray.
Nel 1953 è di nuovo a Milano per un
importante evento artistico: la mostra di Picasso a Palazzo Reale, dove
fotografa soprattutto lo sconcerto del pubblico. La borghesia milanese
degli anni cinquanta non capisce appieno la forza rivoluzionaria delle
opere e le guarda con sospetto. Inoltre, Blum ritrae le pose e i volti
perplessi del pubblico, in un’ambientazione fortissima: Guernica e tutte
le altre opere sono esposte nella sala delle Cariatidi, gravemente
danneggiata dai bombardamenti. Inquadrando questa intuizione dei
curatori della mostra, il fotografo racconta, così, la doppia forza
della mostra.
Kurt Blum, che ha conosciuto e
fotografato tanti luoghi nel mondo (ha fotografato circa cinquanta
destinazioni della Swissair in Europa, in America e in Asia e per
l’UNESCO ha lavorato due anni in Pakistan), ha tuttavia un rapporto
particolare con l’Italia. Questa esposizione, suggerita dagli amici
Eugenio Carmi e Carlo Fedeli (che all’epoca era capo ufficio stampa
dell’Italsider, e a lui il fotografo, tra i macchinari delle acciaierie,
rivolgeva il “très sec”) e voluta da Domenico Lucchini, direttore del
Centro Culturale Svizzero, è un viaggio nella memoria dell’Italia, come
dice lo stesso Blum. Un’Italia che porta ancora i segni dei
bombardamenti della guerra, ma non è definitivamente colpita dai
bombardamenti dei media. Vista dall’occhio rigoroso e gentile di un
fotografo svizzero. |

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